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Taranto, 29 gennaio 2026 – Si aggrava la crisi occupazionale dell’indotto dell’ex Ilva. La Semat Sud, azienda storica attiva da oltre vent’anni negli appalti di manutenzione e risanamento dello stabilimento siderurgico, ha formalmente avviato lo scorso 15 dicembre 2025 una procedura di licenziamento collettivo che coinvolge 218 lavoratori, annunciando contestualmente la cessazione delle attività.
Una decisione che rischia di produrre pesanti ricadute sociali su centinaia di famiglie e che si inserisce in un contesto già fortemente compromesso per il territorio ionico, dove – secondo i dati sindacali – si concentra quasi il 60% della cassa integrazione straordinaria dell’intera Puglia.
La vertenza è approdata oggi al tavolo istituzionale convocato dalla Regione Puglia, alla presenza dei rappresentanti aziendali, delle organizzazioni sindacali e degli assessori competenti. Al centro del confronto la richiesta, avanzata con forza da Feneal UIL, Filca CISL e Fillea CGIL, di ritirare la procedura di licenziamento e individuare strumenti alternativi per salvaguardare l’occupazione.
Dal tavolo è emersa la disponibilità a concedere una proroga di nove mesi di cassa integrazione, fino al 31 dicembre, e ad attivare verifiche con SEPAC, ARPAL e Ministero del Lavoro per l’eventuale accesso alla cassa integrazione per transizione occupazionale, misura che potrebbe accompagnare i lavoratori con percorsi di formazione e politiche attive finalizzate al reimpiego.
“Questa vertenza è l’ennesima conseguenza diretta dell’instabilità industriale dell’ex Ilva – dichiara Oliva Gennaro, coordinatore UIL Taranto –. Parliamo di un’azienda che ha sempre lavorato per il sito siderurgico e che oggi paga errori e ritardi non suoi. Abbiamo chiesto con chiarezza il ritiro della procedura e l’attivazione di tutti gli ammortizzatori sociali possibili. Taranto non può continuare a perdere lavoro: il territorio è già al limite del collasso sociale”.
Sulla stessa linea il segretario generale della FENEAL UIL, Ivo Fiore: “La priorità deve essere la tutela dei 218 lavoratori. Servono ammortizzatori straordinari, formazione e vere politiche attive del lavoro che consentano una transizione occupazionale concreta. Le risorse pubbliche devono servire a mantenere l’occupazione e a sostenere la ripresa produttiva, non a certificare nuove chiusure”.
I sindacati hanno ribadito la necessità di un intervento strutturale delle istituzioni locali e nazionali per l’intero sistema dell’indotto ex Ilva, chiedendo un monitoraggio costante delle crisi aziendali e strumenti straordinari di sostegno.
La UIL assicura che continuerà a seguire la vertenza passo dopo passo, mantenendo alta l’attenzione e promuovendo ogni iniziativa utile a difendere il lavoro e il futuro industriale di Taranto.
E’ convocata per il giorno 29 Gennaio 2026 alle ore 16:30 presso la sala conferenze “Sandro Pertini” della Uil di Taranto al Piazzale Dante (Bestat) n°2 l’assemblea delle lavoratrici e dei lavoratori portuali ex TCT iscritti alla Taranto Port Workers Agency.
Gli argomenti trattati saranno:
Data la situazione di completo stallo in cui versa il Porto di Taranto e alla assenza di supporto e coinvolgimento degli attori Istituzionali del territorio sul concreto rilancio delle attività portuali siamo seriamente preoccupati per il futuro del nostro scalo e delle lavoratrici e dei lavoratori che invitiamo pertanto alla massima partecipazione.
Questo al fine di una analisi congiunta del contesto attuale e soprattutto della definizione condivisa delle migliori azioni da mettere in campo per sbloccare dapprima i corsi di riqualificazione professionale e soprattutto di non vanificare la clausola sociale prevista dalla normativa già richiamata alla luce della sua prossima scadenza.
Taranto, 27 gennaio 2026– La situazione di Sanitaservice ASL Taranto ha ormai superato ogni limite di tollerabilità. Una condizione che si protrae da anni, senza alcun reale percorso di riallineamento contrattuale, nonostante le ripetute segnalazioni sindacali e le vertenze già aperte. Mentre il dibattito pubblico viene alimentato quotidianamente da interventi di consiglieri regionali e parlamentari sul progressivo declino gestionale della società in-house, continuano a mancare risposte concrete da parte dei vertici aziendali.
La UIL FPL Taranto interviene con decisione per denunciare una gestione che penalizza i lavoratori e calpesta sistematicamente i diritti contrattuali. Il processo di internalizzazione delle commesse, che in altre province pugliesi ha prodotto risultati coerenti con le finalità dichiarate, a Taranto ha invece generato profonde distorsioni, soprattutto sul piano degli inquadramenti e dell’organizzazione del personale.
“Siamo di fronte a una situazione gravissima – dichiara il segretario generale della UIL FPL, Giovanni Maldarizzi – perché a Sanitaservice Taranto si continua a ignorare il principio basilare della corrispondenza tra mansioni svolte e inquadramento contrattuale, così come previsto dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro. I lavoratori amministrativi provenienti da Sincon e gli addetti ai CUP sono ancora oggi collocati in Fascia B, nonostante svolgano attività riconducibili a profili di assistente amministrativo e, in molti casi, di funzionario. È una mortificazione professionale che dura da troppo tempo e che non possiamo più accettare”.
A questo si aggiunge un utilizzo del personale del tutto disomogeneo, con lavoratori impiegati in ruoli difformi rispetto alla qualifica di assunzione, spesso senza criteri trasparenti e con spostamenti che sembrano rispondere più a logiche politiche o a scelte discrezionali della Direzione Strategica che a reali esigenze organizzative.
“Questa giungla organizzativa – prosegue Maldarizzi – viola i principi del CCNL e genera disuguaglianze, frustrazione e conflitti interni. Ancora più inaccettabile è la prassi degli accordi conciliativi ‘ad personam’, sottoscritti solo con alcuni lavoratori scelti dall’azienda, ignorando il principio di equità e l’universalità dei diritti. I diritti non possono essere concessi per simpatia o convenienza”.
Una gestione che, oltre a danneggiare i lavoratori, ha ricadute dirette sulla qualità dei servizi resi ai cittadini. La confusione organizzativa e la mancata valorizzazione delle professionalità incidono negativamente su settori delicati come i CUP e gli uffici amministrativi, già sottoposti a carichi di lavoro eccessivi e carenze strutturali di personale.
La UIL FPL Taranto denuncia inoltre l’ingerenza continua del socio unico ASL Taranto, che impone all’Amministratore Unico decisioni non coerenti con i fabbisogni reali dell’azienda e con i diritti del personale, contribuendo a una gestione priva di visione strategica.
“Diciamo basta a questa gestione – conclude il segretario generale UIL FPL –. Chiediamo un immediato cambio di rotta e l’apertura di un tavolo di confronto serio e responsabile che produca risultati concreti: una mappatura delle mansioni realmente svolte, la revisione degli inquadramenti e la definizione di criteri trasparenti nell’assegnazione dei ruoli. In assenza di risposte chiare e tempestive, la UIL FPL Taranto valuterà ogni iniziativa sindacale a tutela dei lavoratori, senza escludere il ricorso alle sedi competenti”.
Taranto, 28 gennaio 2026 – Difendere l’occupazione, fermare le delocalizzazioni e costruire soluzioni industriali vere per il territorio jonico. Con questi obiettivi la UIL Taranto, guidata dal coordinatore territoriale Gennaro Oliva, insieme alla UILM Taranto, è oggi a Bari per un incontro con la Task Force Lavoro della Regione Puglia, chiamata ad affrontare due vertenze simbolo della crisi industriale locale: Vestas Taranto e Hiab Statte.
Due situazioni diverse ma accomunate dallo stesso rischio: la perdita di centinaia di posti di lavoro e l’ennesimo arretramento produttivo per un’area che non può permettersi di perdere ulteriori presìdi industriali.
Al centro del confronto c’è la procedura avviata da Vestas Italia per il trasferimento del magazzino, del training center e del reparto reparation blades da Taranto a San Nicola di Melfi, con decorrenza dal 1° marzo. Una scelta che coinvolge 32 lavoratrici e lavoratori, costretti a spostarsi a circa 200 chilometri di distanza.
Per UIL e UILM si tratta di fatto di uno svuotamento del sito tarantino e di una misura che rischia di trasformarsi in “licenziamenti mascherati”, spingendo molte persone alle dimissioni forzate. Da giorni è in corso uno sciopero ad oltranza, con presìdi permanenti e il blocco di straordinari e flessibilità.
“Non accetteremo operazioni che cancellano Taranto dalla geografia industriale del Paese”, dichiara Gennaro Oliva. “Spostare i lavoratori a 200 chilometri significa metterli con le spalle al muro. Per noi equivale a perdere posti di lavoro. L’azienda deve ritirare il trasferimento e aprire un confronto serio per garantire continuità produttiva e occupazionale qui, a Taranto”.
Sul tavolo della Task Force anche la situazione dello stabilimento Hiab di Statte, dove la produzione è stata delocalizzata e circa 100 lavoratori vivono tra cassa integrazione e incertezza sul futuro.
Con l’avvio della procedura di licenziamento collettivo e la scadenza ravvicinata della cosiddetta “non opposizione”, il timore è che senza un piano di reindustrializzazione concreto il sito venga definitivamente dismesso, cancellando competenze e professionalità storiche del territorio.
UIL e UILM chiedono la sospensione di ogni atto unilaterale e garanzie chiare sul rilancio industriale, con nuovi investimenti e percorsi reali di ricollocazione.
“Statte non può diventare un’altra fabbrica fantasma”, sottolinea ancora Oliva. “Parliamo di lavoratori specializzati e di famiglie che rischiano di restare senza reddito. Prima si costruisce un progetto industriale credibile, poi si può discutere del resto. Senza prospettive non c’è alcuna tutela sociale possibile”.
Per la UIL Taranto la difesa di Vestas e Hiab non è solo una battaglia sindacale, ma una questione di giustizia sociale e di futuro per l’intero territorio jonico, già duramente provato da anni di crisi industriali.
Dal vertice di Bari il sindacato ribadisce una linea netta: stop alle delocalizzazioni, salvaguardia dei posti di lavoro e reindustrializzazione vera dei siti produttivi.
“La nostra priorità – conclude Oliva – è una sola: difendere il lavoro. Taranto e Statte non possono essere lasciate sole. Continueremo a mobilitarci finché non arriveranno risposte concrete per i lavoratori”.
Taranto, 24 gennaio 2026 – Taranto è oggi un territorio che vive una crisi occupazionale profonda e strutturale, una crisi che non nasce all’improvviso ma che si aggrava giorno dopo giorno sotto il peso di vertenze industriali irrisolte, scelte aziendali calate dall’alto e di una politica che, a tutti i livelli, appare sempre più distante dal mondo del lavoro. A lanciare l’ennesimo, ma sempre più urgente, grido d’allarme è Gennaro Oliva, coordinatore territoriale della UIL di Taranto, che parla apertamente di un territorio spinto verso una pericolosa desertificazione produttiva e sociale.
“A Taranto – afferma Oliva – si continua a subire. Subiscono i lavoratori, subiscono le famiglie e, cosa ancora più grave, subisce la politica, che non riesce a incidere sulle decisioni delle grandi imprese. Le aziende decidono, spostano, chiudono, ridimensionano, e il territorio resta a guardare, senza strumenti reali di contrasto”.
Il quadro che emerge dalle principali vertenze aperte è emblematico. La vicenda Vestas Italia rappresenta un paradosso difficile da spiegare ai lavoratori e alla città. Circa quaranta addetti del sito di Taranto sono in sciopero a oltranza contro la decisione aziendale di trasferire le attività a San Nicola di Melfi, a oltre duecento chilometri di distanza. Una scelta motivata dall’azienda con ragioni di costi e logistica, ma che appare incomprensibile se si considera che, a poche centinaia di metri, un’altra realtà del gruppo continua ad assumere. L’effetto concreto è quello di costringere lavoratori con competenze consolidate a spostarsi lontano dalle proprie famiglie, mentre Taranto perde ulteriori posti di lavoro qualificati.
A questa vertenza si sommano quelle storiche (gli ex TCT da oltre un decennio mai ricollocati, i lavoratori HIAB lasciati al loro destino) e mai definitivamente risolte. L’ex Ilva continua a rappresentare una ferita aperta, con una produzione ridotta ai minimi termini, impianti fermi o rallentati, cokerie che si avviano a lunghi stop e migliaia di lavoratori sospesi tra cassa integrazione e incertezza. Gli interventi governativi, sbandierati come soluzioni, si traducono ancora una volta in ammortizzatori sociali e non in vero lavoro. “A Taranto – sottolinea Oliva – non abbiamo bisogno di cassa integrazione a vita, abbiamo bisogno di occupazione vera, stabile e sicura”.
Il peso della crisi emerge con forza anche dai dati ufficiali. I numeri dell’INPS, contenuti nel Rendiconto Sociale provinciale, fotografano una provincia con uno dei più bassi tassi di occupazione d’Italia, con livelli di disoccupazione elevati e con una concentrazione impressionante di ammortizzatori sociali. Taranto da sola assorbe quasi il sessanta per cento della cassa integrazione straordinaria dell’intera Puglia, un dato che certifica una dipendenza patologica da poche grandi realtà industriali e l’assenza di un’alternativa produttiva solida. Crescono gli inattivi, aumenta il lavoro precario e stagionale, mentre giovani e donne restano ai margini del mercato del lavoro. È un contesto che alimenta lo spopolamento e svuota il territorio delle sue energie migliori.
Nemmeno il porto, spesso indicato come possibile volano di sviluppo, riesce a compensare il quadro generale. Nonostante un timido incremento di alcuni traffici, centinaia di lavoratori, ex TCT, restano in cassa integrazione e vivono una condizione di precarietà prolungata, che non può essere considerata una prospettiva sostenibile nel medio e lungo periodo.
Anche strumenti nati per accompagnare la transizione industriale restano, ad oggi, incompiuti. Il Just Transition Fund, che mette a disposizione circa 800 milioni di euro per Taranto, non ha ancora prodotto risultati occupazionali concreti e tangibili. Così come il Tavolo tecnico permanente per la transizione occupazionale di Taranto avviato dal Comune rischia di restare un contenitore di buone intenzioni se non verrà accompagnato da scelte operative, tempi certi e investimenti reali. “Non vorremmo – avverte Oliva – che anche questa fosse l’ennesima occasione persa”.
Neppure l’Arsenale Militare di Taranto, con tutto il suo indotto, può essere considerato un’isola felice. Un comparto che sulla carta avrebbe il potenziale per diventare un polo occupazionale strategico, ma che nella realtà continua a perdere competenze e personale qualificato, senza un vero piano di rilancio. Eppure, negli ultimi mesi, sono stati presentati al Ministero delle Imprese e del Made in Italy quindici nuovi progetti che spaziano dalla cantieristica navale alla nautica da diporto, dall’aerospazio alla logistica fino all’energia eolica offshore. Progetti che promettevano oltre cinquemila posti di lavoro e che avrebbero potuto cambiare il destino occupazionale del territorio. Ad oggi, però, di concreto non si è visto nulla.
“La politica locale e regionale – conclude Oliva – deve assumersi fino in fondo la responsabilità di incidere. Chi governa questa città e questa regione, a partire dal sindaco di Taranto Piero Bitetti e dal neo presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, non può restare a guardare o limitarsi a subire decisioni prese altrove. Taranto è al limite del collasso sociale. Servono scelte coraggiose, un confronto vero con le imprese e un piano industriale credibile. Senza lavoro non c’è futuro, e senza futuro non c’è coesione sociale”.
Neglia su Tiscali Taranto: “Rispetto per le scelte individuali, ma il settore resta fragile. Necessaria una visione industriale per fermare la perdita di competenze”
Taranto, 23 gennaio 2026 – La segreteria regionale della Uilcom Puglia ha seguito con attenzione e rispetto le lavoratrici e i lavoratori ( in tutto 50) di Tiscali Taranto che, nella giornata di ieri, hanno sottoscritto a Bari le conciliazioni per l’uscita volontaria incentivata prevista dal piano aziendale, in un comparto delle telecomunicazioni interessato da anni da processi di riorganizzazione e ridimensionamento.
“Si tratta di una scelta personale, spesso complessa e sofferta – dichiara Alfredo Neglia, segretario regionale della Uilcom Puglia – che merita rispetto e ascolto. A chi ha deciso di intraprendere nuovi percorsi professionali va il nostro augurio più sincero. Tuttavia, il compito del sindacato e delle istituzioni resta quello di creare le condizioni per un’occupazione stabile, duratura e di qualità”.
La Uilcom Puglia richiama l’attenzione sul progressivo indebolimento del tessuto occupazionale, in particolare tra i lavoratori più giovani, che sono spesso i primi a lasciare il territorio. Secondo i più recenti dati statistici disponibili, nel mercato del lavoro pugliese il numero complessivo degli occupati nella fascia 15-74 anni registra una flessione rispetto all’anno precedente, con un calo stimato di oltre 10mila unità nel 2025 e un tasso di occupazione che si attesta poco sopra il 50%.
Nel territorio di Taranto, il comparto ICT e delle telecomunicazioni coinvolge alcune migliaia di addetti inseriti in contesti produttivi particolarmente fragili, anche alla luce dei percorsi di riconversione industriale legati al Just Transition Fund.
“Una dinamica – sottolinea Neglia – che rischia di tradursi in una perdita strutturale di competenze e professionalità, aggravata dai piani di uscita e riorganizzazione che stanno interessando diversi grandi gruppi del settore, da TIM a Vodafone-Fastweb fino a WindTre”.
Il quadro nazionale conferma le criticità del comparto TLC. I dati dell’Osservatorio AGCOM sulle Comunicazioni evidenziano un mercato complessivamente stabile in termini di ricavi, ma caratterizzato da una persistente pressione competitiva, in particolare sul segmento mobile, e da una riduzione dei costi del personale legata al calo degli addetti. Parallelamente, il Rapporto Assintel 2025 segnala una crescita della spesa ICT business a livello nazionale, concentrata soprattutto nelle regioni del Nord, con benefici che faticano a ricadere sui territori del Mezzogiorno.
Per la Uilcom Puglia è necessario un cambio di passo. “Non possiamo continuare a governare questa fase con strumenti emergenziali o con il ricorso sistematico agli esodi incentivati – conclude Neglia –. Serve una visione industriale di lungo periodo e un patto sociale su lavoro, formazione e sostenibilità, capace di accompagnare la transizione digitale senza scaricarne i costi su lavoratrici, lavoratori e territori come Taranto”.
