Taranto, l’ultima fabbrica di illusioni: il lavoro se ne va e la politica resta a guardare

Il coordinatore UIL Gennaro Oliva: “17mila lavoratori in cassa integrazione, 307 portuali senza futuro dal 2027, l’Arsenale dimezzato, 400 famiglie di mitilicoltori a rischio: questa città è affamata di lavoro, non di slogan elettorali”

Taranto, 28 settembre 2026 – “Taranto sta perdendo il lavoro, un pezzo alla volta, e con il lavoro sta perdendo la propria dignità.” Lo dice Gennaro Oliva, coordinatore territoriale della UIL di Taranto, commentando i dati più recenti su occupazione, cassa integrazione e vertenze industriali che riguardano il territorio jonico. “Non è uno slogan, è la fotografia impietosa che restituiscono i numeri: quelli dell’INPS, quelli delle vertenze aperte da anni, quelli di una città che vede allontanarsi ogni giorno di più la prospettiva di un futuro normale.”

I numeri della cassa integrazione

“Partiamo dai dati, perché sono questi a raccontare la verità meglio di qualunque promessa elettorale”, spiega Oliva. Nel 2025 in Puglia sono state autorizzate 30.285.074 ore di cassa integrazione, secondo l’Osservatorio INPS. Ma è guardando a Taranto che il quadro si fa drammatico: la provincia jonica concentra da sola oltre il 50% di quelle ore, circa 16 milioni, di cui 14,5 milioni di cassa integrazione straordinaria. “Significa che più di 17.000 lavoratori tarantini vivono oggi sospesi tra un ammortizzatore sociale e l’altro, senza certezze sul domani”, aggiunge il coordinatore UIL. “Non sono numeri, sono famiglie, sono stipendi che si assottigliano, sono progetti di vita che si fermano.”

Ex Ilva: 14 anni di vertenza

“L’ex Ilva è la ferita che non si rimargina”, afferma Oliva. Era il 26 luglio 2012 quando tutto è cominciato: oggi siamo a 14 anni e 2 mesi di vertenza, “ancora qui a discutere di proroghe della cassa integrazione invece che di un piano industriale vero”. Acciaierie d’Italia ha chiesto di estendere la CIGS a 4.450 lavoratori, di cui 3.803 solo a Taranto. Attorno allo stabilimento ruotano altre migliaia di persone dell’indotto: i sindacati stimano complessivamente circa 20.000 unità tra diretti e indiretti. “Sono i fantasmi della crisi”, dice Oliva, “lavoratori che nessuno conta fino in fondo, ma che pagano lo stesso prezzo di tutti gli altri.” “La vertenza è arrivata a un punto di non ritorno, il rischio è che possa determinarsi una situazione drammatica dal punto di vista sociale.”

Porto: 307 lavoratori in scadenza

Al porto, prosegue il coordinatore UIL, “la situazione non è diversa, è solo un’altra faccia della stessa medaglia”. 307 lavoratori ex TCT sono ancora oggi nella Taranto Port Workers Agency, con un’indennità di mancato avviamento che scade il 31 dicembre 2026. Una vertenza che dura da oltre dieci anni, da quando gli investitori stranieri si ritirarono dal terminal container. Yilport, il gestore turco arrivato nel 2020, ha assorbito solo una parte di quella forza lavoro, mentre gli investimenti promessi per fare del porto un hub dell’eolico offshore restano in gran parte sulla carta. “Tra pochi mesi, se non arriva una soluzione strutturale, trecentosette persone rischiano di ritrovarsi senza alcuna tutela economica”, avverte Oliva. “Non è più tempo di proroghe tampone.”

Arsenale: da 4.700 a 900 dipendenti

“L’Arsenale Militare racconta forse la storia più amara di tutte”, dice il coordinatore UIL. Nel 1975 contava oltre 4.700 dipendenti civili; oggi ne restano meno di 900. Il decreto ministeriale ha fissato il fabbisogno a 1.428 unità, ma mancano ancora centinaia di lavoratori rispetto a quella soglia. “Nell’intero presidio ionico della Difesa mancano circa duemila lavoratori civili“, denuncia Oliva, “e gli straordinari non vengono pagati da mesi.” “Non è tollerabile investire milioni di euro in missioni internazionali e contemporaneamente negare il giusto compenso ai lavoratori civili che hanno contribuito al successo della Difesa.”

Natuzzi: la crisi che arriva fino a Laterza

“C’è poi una vertenza che molti considerano lontana da Taranto, e invece ci riguarda da vicino”, sottolinea Oliva riferendosi al caso Natuzzi. Il gruppo, che produce divani e arredamento con stabilimenti tra Puglia, Basilicata, Friuli Venezia Giulia e Romania, occupa complessivamente circa 1.800-1.850 persone. Dopo mesi di scontro sindacale, a maggio 2026 è stato firmato un accordo di cassa integrazione straordinaria che coinvolge 1.755 lavoratori, pari a circa il 62% dell’intera forza lavoro, con una rimodulazione della CIGS fino a fine anno. “È la dimostrazione plastica di come si continui a gestire le crisi industriali di questo Paese: cassa integrazione, tavoli permanenti, nessun piano industriale certo che ne definisca l’uscita”, osserva il coordinatore UIL.

A luglio è arrivata la chiusura definitiva dello stabilimento Jesce 2 di Santeramo, con la sospensione temporanea dei siti Graviscella e Centrale Ps di Altamura. Complessivamente, in queste strutture erano impiegati 668 lavoratori: 251 provenienti da Jesce 2 sono stati trasferiti, per la quasi totalità, a Laterza, in provincia di Taranto, mentre gli altri 417 sono confluiti tra Matera e Laterza, con un ricorso alla cassa integrazione mediamente al 70%. “Sono lavoratori pugliesi che arrivano sul nostro territorio dentro una vertenza segnata da incertezza, spostamenti forzati e nessuna garanzia sul futuro”, dice Oliva. “A settembre l’azienda ha persino annunciato il pagamento degli stipendi in due tranche, scaricando la responsabilità sui lavoratori con un riferimento all’assenteismo che i sindacati hanno definito grave e inaccettabile.” “Anche questo dimostra come, ancora una volta, il conto della crisi industriale rischi di ricadere sulle spalle di chi lavora, e non su chi decide.”

Mitilicoltura: 400 famiglie sull’orlo del fallimento

“C’è infine un’altra emergenza che rischia di passare in secondo piano, ma che tocca il cuore identitario di Taranto”, aggiunge Oliva parlando della mitilicoltura. L’estate 2026 ha portato un caldo record nel Mar Piccolo, con temperature dell’acqua che hanno superato le soglie di sopravvivenza dei mitili. Il risultato è una moria del novellame, il seme di cozza indispensabile per garantire le produzioni future, concentrata soprattutto nel Primo Seno del Mar Piccolo. “Non è solo un danno di quest’anno: se muore il novellame oggi, salta la produzione dei prossimi mesi”, avverte il coordinatore UIL.bari.

La situazione era già critica dopo il 2024, quando il caldo aveva distrutto oltre il 70% del novellame, compromettendo la capacità produttiva delle campagne successive. Oggi il rischio si ripete, e secondo Uila Pesca Taranto sono oltre 400 famiglie di mitilicoltori a essere sull’orlo del fallimento. “Sono centinaia di nuclei familiari che vedono erodersi anno dopo anno la propria fonte di reddito, tra costi delle concessioni aumentati dieci volte, limitazioni sanitarie, obblighi di movimentazione del seme e now anche il clima che si mette contro”, spiega Oliva.

Il Comune di Taranto ha chiesto l’accesso ai fondi di solidarietà nazionale per calamità naturali (decreto legislativo 102/2004), ma i produttori denunciano che “non possiamo aspettare che il danno diventi irreversibile”. “Servono monitoraggio immediato, interventi straordinari e un tavolo permanente con Regione e Comune”, chiedono sindacati e associazioni di categoria. “Taranto non può permettersi di perdere un altro pezzo della sua storia produttiva”, conclude Oliva. “Difendere oggi il novellame significa difendere il lavoro di domani, il reddito delle imprese e una delle identità più radicate di questa città.”

PNRR e Just Transition Fund: promesse tradite

“La politica ha spesso risposto con gli slogan invece che con i fatti”, sottolinea Oliva. Il Just Transition Fund avrebbe dovuto destinare a Taranto quasi 795,6 milioni di euro, la fetta più consistente del 1,211 miliardo stanziato per l’Italia intera. Sono risorse pensate per accompagnare la transizione dei territori più colpiti dalla crisi industriale, “ma tra avvisi che partono con mesi di ritardo, procedure complesse e progetti che faticano a diventare cantieri, la ricaduta reale sui lavoratori resta ancora largamente sulla carta”. Solo di recente è stato attivato un avviso da 20 milioni per progetti di cura e inclusione sociale, e un altro da 20 milioni per nuove imprese e diversificazione industriale: cifre importanti, ma ancora lontane dal miliardo promesso.

Sul fronte PNRR, “il miliardo di euro destinato alla riconversione dell’ex Ilva è stato stralciato”, denuncia Oliva. Gli oltre 800 milioni previsti per il preridotto, la tecnologia che avrebbe dovuto sostituire l’altoforno inquinante, sono stati progressivamente ridotti e spostati tra Fondo di sviluppo e coesione e contratti di sviluppo che “possono voler dire tutto e niente”. Secondo il calcolo di un parlamentare tarantino, tra fondi cancellati, ridimensionati o dirottati altrove, per Taranto sono complessivamente andati in fumo oltre 1,8 miliardi di euro negli ultimi quattro anni. Anche sui fondi per i Giochi del Mediterraneo — oltre 350 milioni di investimento complessivo — si è consumato un dibattito politico su presunti tagli e rimborsi.

L’appello di Oliva

“Questa è la sintesi più amara di tutta la vicenda: mentre si moltiplicano gli annunci, i tavoli, le passerelle, i lavoratori di Taranto continuano ad aspettare”, conclude Gennaro Oliva. “La UIL di Taranto lo dice con la massima serietà, senza distinguo di appartenenza politica: non permetteremo che la campagna elettorale che si avvicina si consumi sulla pelle dei lavoratori e dei cittadini di questa città. Non accetteremo passerelle, promesse riciclate, numeri sventolati senza controllo. Taranto ha bisogno di risposte concrete e verificabili: proroghe vere per chi rischia di restare senza tutele a gennaio, un piano industriale credibile per l’ex Ilva, l’assunzione piena degli organici all’Arsenale, garanzie serie per i lavoratori Natuzzi arrivati a Laterza, interventi immediati per salvare la mitilicoltura e le 400 famiglie a rischio, l’attivazione reale dei fondi del Just Transition Fund e del PNRR ancora fermi. Questa città è affamata di lavoro. Non di annunci, non di slogan, non di bandiere issate in campagna elettorale. Di lavoro vero.”