“Ci ammaliamo e ci lasciano soli”: parla Valentino Prezzemolo, Segretario Generale UIL FP Vigili del Fuoco
In occasione del 28 aprile, Giornata Internazionale per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro, abbiamo incontrato Valentino Prezzemolo, Segretario Generale della UIL FP Vigili del Fuoco. Con dati alla mano e una franchezza che non lascia spazio all’ambiguità, ci ha raccontato lo stato reale della salute e della sicurezza di chi ogni giorno salva vite altrui rischiando la propria.
Domani si celebra la Giornata Internazionale per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro, per la UIL FP Vigili del Fuoco sarà una giornata di rivendicazione lancia un duro monito alle istituzioni sulla condizione dei soccorritori in Italia. Dietro le nostre uniformi, si nasconde una crisi sanitaria e psicologica senza precedenti. Nonostante l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro (IARC) abbia classificato l’esposizione professionale dei Vigili del Fuoco come cancerogena del Gruppo 1, in Italia il cancro non è ancora riconosciuto come una malattia professionale per i Vigili del Fuoco. La UIL FP VVF denuncia un tasso di mortalità superiore del 14% rispetto alla popolazione media e chiede riforme urgenti.
Segretario, cosa rappresenta oggi, 28 aprile, la Giornata per la Salute e la Sicurezza per chi indossa la divisa dei Vigili del Fuoco?
Per noi non è una ricorrenza formale come può esserlo per la politica, ma un grido d’allarme. Il 28 aprile dovrebbe essere il giorno in cui le istituzioni si fermano e si chiedono se stanno davvero tutelando i lavoratori. La risposta, ad oggi, è no. Netta e inequivocabile: no. I nostri colleghi continuano ad ammalarsi e muoiono nell’indifferenza generale, e questo non è più accettabile. In Italia siamo ancora all’ “anno zero” per quanto riguarda le tutele per i nostri rischi professionali.
L’IARC ha classificato l’esposizione professionale dei Vigili del Fuoco come “cancerogena per l’uomo” Gruppo 1 – già dal 1° luglio 2022. Quasi quattro anni dopo, cosa è cambiato in Italia?
Quasi nulla. E questo è uno scandalo che il Paese fatica ancora a riconoscere come tale. Da quando l’Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro ha inserito la nostra esposizione professionale nel Gruppo 1 delle sostanze cancerogene – lo stesso gruppo in cui si trovano l’amianto e il benzene – ci aspettavamo una reazione immediata del legislatore. Invece abbiamo assistito a promesse di un registro tumori che, ammesso venga mai istituito, non farà altro che confermare tra dieci o vent’anni quello che già sappiamo oggi: i Vigili del Fuoco si ammalano di cancro con una frequenza del 9% superiore rispetto alla popolazione generale, e muoiono per questa malattia con un tasso di mortalità più alto del 14%. Non esiste ancora nessun protocollo di decontaminazione standardizzato, nessuna zonizzazione delle sedi di servizio, nessun potenziamento della sorveglianza sanitaria mirata. Siamo nel 2026 e un pompiere che torna da un incendio non ha una procedura obbligatoria per decontaminarsi. Parliamo di nanoparticelle cancerogene che si depositano sulla pelle, sui capelli, sulle uniformi. È inaccettabile.
Oltre al rischio oncologico, quali sono le altre patologie professionali che colpiscono maggiormente i Vigili del Fuoco?
Il quadro è drammatico. Il 45% dei Vigili del Fuoco nel mondo muore per problemi cardiocircolatori (ictus, infarto, tromboembolia). Non si tratta di un dato casuale. Durante un intervento, un Vigile raggiunge costantemente il 95% della propria frequenza cardiaca massima. Per dare un’idea concreta: l’attività fisica di un atleta professionista si misura tra i 15 e i 18 MET, un Vigile del Fuoco in intervento richiede 16 MET, senza essere un atleta allenato per quello specifico sforzo, senza periodi di recupero programmati, spesso in condizioni di caldo estremo e disidratazione. Lo sforzo cardiovascolare di quella intensità provoca lesioni del cuore asintomatiche e danni vascolari anche in soggetti giovani e sani. Poi c’è il tema dello stress lavoro-correlato e del burnout, che è forse il più sottovalutato. Dal punto di vista psicologico i nostri colleghi affrontano uno operativo, legato all’esposizione a eventi traumatici, e quella organizzativa, generata da carenze di organico, mezzi inadeguati ecc.
I Dispositivi di Protezione Individuale (DPI) in dotazione al Corpo sono all’altezza delle sfide attuali?
La tecnologia dei DPI è migliorata, ma la gestione è carente. Non basta avere una giacca antifiamma certificata se poi non abbiamo le procedure operative standard per decontaminarla dopo ogni incendio. Le micro e nano particelle cancerogene restano sui tessuti, vengono portate nelle caserme e persino a casa, nelle famiglie. I DPI attualmente in dotazione subiscono un drastico decadimento delle caratteristiche tecniche (ignifughe, idrorepellenti e di barriera chimica), l’utilizzo prolungato oltre il limite massimo di lavaggi trasforma di fatto il DPI in uno strumento non più adeguato alla sicurezza. Manca un sistema centralizzato e digitale di monitoraggio del ciclo di vita dei DPI rendendo impossibile verificarne con certezza il numero esatto per ogni singolo dispositivo, per la verifica dei requisiti di sicurezza, generando il rischio di un pericoloso buco normativo, in palese violazione dell’obbligo di tracciabilità previsto dal D.Lgs. 81/08.
Il sottorganico cronico è una piaga strutturale del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. Qual è l’impatto concreto sulla sicurezza dei Vigili del Fuoco?
Devastante. Il sottorganico uccide. Quando le squadre sono ridotte ai minimi termini significa subire turni massacranti, straordinari cronici, aumenta il carico di lavoro individuale, cala la concentrazione e si saltano i necessari periodi di recupero, con tutte le implicazioni in termini di vulnerabilità psico-fisica e capacità di sopportare stress cronico. Il cambiamento climatico sta aggravando ulteriormente la situazione: gli eventi estremi aumentano, le emergenze si moltiplicano, ma gli organici restano fermi o addirittura si riducono. Ogni estate è peggio dell’estate precedente. E noi continuiamo a chiedere assunzioni straordinarie mentre il Governo ci risponde con concorsi insufficienti e tempi di immissione in ruolo biblici.
Qual è la situazione presso il Comando Vigili del Fuoco di Taranto?
Dagli ultimi dati disponibili, la durata media degli interventi è di circa 59 minuti, un indice che certifica la particolare complessità delle operazioni di soccorso. L’indicatore di operatività teorico, ovvero la proporzione tra il personale e il numero di interventi è pari a 32,2 al di sopra della media nazionale che esplode letteralmente se invece della pianta organica teorica si prende come riferimento quella reale; basti pensare che solo il distaccamento di Manduria conta una carenza di organico di 10 unità. Quello di Taranto è il secondo Comando della Puglia per numero di interventi ogni 10.000 abitanti e il terzo per numero totale di interventi.
Sul riconoscimento delle malattie professionali, dove si è incagliato il sistema?
Sull’automatismo. Questa è la parola chiave. Oggi, un Vigile del Fuoco che si ammala di tumore deve dimostrare lui, malato, spesso con prognosi infausta, il nesso causale tra la patologia e il proprio lavoro. È un percorso burocratico estenuante, che si scontra con la difficoltà di provare l’esposizione a sostanze cancerogene o all’amianto avvenuta magari vent’anni prima, in assenza di qualsiasi registro delle esposizioni. Il principio è semplice, se lo Stato sa che il nostro lavoro causa il cancro allora deve prendersi la responsabilità delle conseguenze, senza scaricarla sulle spalle del malato. Noi chiediamo il riconoscimento automatico della causa di servizio per neoplasie, patologie cardiovascolari e patologie psichiche per i Vigili del Fuoco.
Come si posiziona l’Italia rispetto agli altri Paesi europei in materia di tutela della salute dei Vigili del Fuoco?
Male. Molto male. La Finlandia, la Svezia, la Germania hanno da anni protocolli obbligatori di decontaminazione post-intervento, sorveglianza sanitaria psicologica periodica e indipendente, registri nazionali delle esposizioni professionali. In molti Paesi del Nord Europa, il riconoscimento del tumore come malattia professionale per i Vigili del Fuoco è automatico per un numero crescente di neoplasie. Il Canada e l’Australia hanno normative di riferimento che noi ci sogniamo. L’Italia, in questo contesto, è un Paese che ha firmato ogni convenzione internazionale sulla salute e sicurezza sul lavoro e poi sistematicamente non le applica alla categoria più esposta. È una contraddizione che non possiamo più tollerare.
Quali sono le richieste concrete che la UIL FP VVF pone sul tavolo del Governo per il 2026?
Abbiamo un’agenda precisa e non negoziabile. Primo: un intervento normativo urgente per il riconoscimento automatico della causa di servizio per tumori, patologie cardiovascolari e psichiche. Secondo: fatte salve le disposizioni vigenti in materia di dipendenza da causa di servizio e dei conseguenti benefìci garantire ai Vigili del Fuoco l’applicazione delle disposizioni in materia di infortuni e malattie professionali stabilite dal testo unico delle disposizioni per l’assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, facendo salva la facoltà dell’interessato di optare per il beneficio più favorevole. Terzo: un piano straordinario di assunzioni per colmare il deficit di organico. Quarto: a richiesta dell’interessato periodi di de-escalation ogni cinque anni per il personale operativo in sedi ad alta intensità di intervento.
Un messaggio finale ai Vigili del Fuoco che ogni giorno indossano la divisa e rischiano la vita.
Ai colleghi dico che la loro salute non è merce di scambio. Voglio che sappiano che non sono soli, anche se spesso lo Stato li fa sentire abbandonati, ogni battaglia che combattiamo la combattiamo pensando a loro, alle loro famiglie, ai loro figli. Al Governo e alla politica diciamo: il tempo delle promesse inutili è scaduto. Ora servono i fatti.



