Crisi occupazionale a Taranto, Oliva (UIL): “Un territorio al limite del collasso sociale, la politica non può continuare a subire”
Taranto, 24 gennaio 2026 – Taranto è oggi un territorio che vive una crisi occupazionale profonda e strutturale, una crisi che non nasce all’improvviso ma che si aggrava giorno dopo giorno sotto il peso di vertenze industriali irrisolte, scelte aziendali calate dall’alto e di una politica che, a tutti i livelli, appare sempre più distante dal mondo del lavoro. A lanciare l’ennesimo, ma sempre più urgente, grido d’allarme è Gennaro Oliva, coordinatore territoriale della UIL di Taranto, che parla apertamente di un territorio spinto verso una pericolosa desertificazione produttiva e sociale.
“A Taranto – afferma Oliva – si continua a subire. Subiscono i lavoratori, subiscono le famiglie e, cosa ancora più grave, subisce la politica, che non riesce a incidere sulle decisioni delle grandi imprese. Le aziende decidono, spostano, chiudono, ridimensionano, e il territorio resta a guardare, senza strumenti reali di contrasto”.
Il quadro che emerge dalle principali vertenze aperte è emblematico. La vicenda Vestas Italia rappresenta un paradosso difficile da spiegare ai lavoratori e alla città. Circa quaranta addetti del sito di Taranto sono in sciopero a oltranza contro la decisione aziendale di trasferire le attività a San Nicola di Melfi, a oltre duecento chilometri di distanza. Una scelta motivata dall’azienda con ragioni di costi e logistica, ma che appare incomprensibile se si considera che, a poche centinaia di metri, un’altra realtà del gruppo continua ad assumere. L’effetto concreto è quello di costringere lavoratori con competenze consolidate a spostarsi lontano dalle proprie famiglie, mentre Taranto perde ulteriori posti di lavoro qualificati.
A questa vertenza si sommano quelle storiche (gli ex TCT da oltre un decennio mai ricollocati, i lavoratori HIAB lasciati al loro destino) e mai definitivamente risolte. L’ex Ilva continua a rappresentare una ferita aperta, con una produzione ridotta ai minimi termini, impianti fermi o rallentati, cokerie che si avviano a lunghi stop e migliaia di lavoratori sospesi tra cassa integrazione e incertezza. Gli interventi governativi, sbandierati come soluzioni, si traducono ancora una volta in ammortizzatori sociali e non in vero lavoro. “A Taranto – sottolinea Oliva – non abbiamo bisogno di cassa integrazione a vita, abbiamo bisogno di occupazione vera, stabile e sicura”.
Il peso della crisi emerge con forza anche dai dati ufficiali. I numeri dell’INPS, contenuti nel Rendiconto Sociale provinciale, fotografano una provincia con uno dei più bassi tassi di occupazione d’Italia, con livelli di disoccupazione elevati e con una concentrazione impressionante di ammortizzatori sociali. Taranto da sola assorbe quasi il sessanta per cento della cassa integrazione straordinaria dell’intera Puglia, un dato che certifica una dipendenza patologica da poche grandi realtà industriali e l’assenza di un’alternativa produttiva solida. Crescono gli inattivi, aumenta il lavoro precario e stagionale, mentre giovani e donne restano ai margini del mercato del lavoro. È un contesto che alimenta lo spopolamento e svuota il territorio delle sue energie migliori.
Nemmeno il porto, spesso indicato come possibile volano di sviluppo, riesce a compensare il quadro generale. Nonostante un timido incremento di alcuni traffici, centinaia di lavoratori, ex TCT, restano in cassa integrazione e vivono una condizione di precarietà prolungata, che non può essere considerata una prospettiva sostenibile nel medio e lungo periodo.
Anche strumenti nati per accompagnare la transizione industriale restano, ad oggi, incompiuti. Il Just Transition Fund, che mette a disposizione circa 800 milioni di euro per Taranto, non ha ancora prodotto risultati occupazionali concreti e tangibili. Così come il Tavolo tecnico permanente per la transizione occupazionale di Taranto avviato dal Comune rischia di restare un contenitore di buone intenzioni se non verrà accompagnato da scelte operative, tempi certi e investimenti reali. “Non vorremmo – avverte Oliva – che anche questa fosse l’ennesima occasione persa”.
Neppure l’Arsenale Militare di Taranto, con tutto il suo indotto, può essere considerato un’isola felice. Un comparto che sulla carta avrebbe il potenziale per diventare un polo occupazionale strategico, ma che nella realtà continua a perdere competenze e personale qualificato, senza un vero piano di rilancio. Eppure, negli ultimi mesi, sono stati presentati al Ministero delle Imprese e del Made in Italy quindici nuovi progetti che spaziano dalla cantieristica navale alla nautica da diporto, dall’aerospazio alla logistica fino all’energia eolica offshore. Progetti che promettevano oltre cinquemila posti di lavoro e che avrebbero potuto cambiare il destino occupazionale del territorio. Ad oggi, però, di concreto non si è visto nulla.
“La politica locale e regionale – conclude Oliva – deve assumersi fino in fondo la responsabilità di incidere. Chi governa questa città e questa regione, a partire dal sindaco di Taranto Piero Bitetti e dal neo presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, non può restare a guardare o limitarsi a subire decisioni prese altrove. Taranto è al limite del collasso sociale. Servono scelte coraggiose, un confronto vero con le imprese e un piano industriale credibile. Senza lavoro non c’è futuro, e senza futuro non c’è coesione sociale”.



